
Il 22 giugno 1954 il morboso rapporto tra due giovani amiche sfocia in uno dei più inquietanti crimini mai registrati in Nuova Zelanda: l’omicidio di Honorah Rieper, madre di Pauline Parker.
Pauline Parker e Juliet Hulme hanno rispettivamente sedici e quindici anni quando irrompono in un fiume di lacrime, attirando l’attenzione dei passanti. Le due ragazze dicono singhiozzando che la madre di Pauline è caduta a terra nel parco e che c’è sangue ovunque.
Le prime persone che accorrono in loro aiuto rimangono inorridite e interdette. Il racconto delle due giovani vacilla sin dalle prime battute: la caduta di cui parlano non coincide con l’orrore della scena. Una delle passanti si copre il viso con entrambe le mani e, tra le dita, osserva con repulsione.
Il cranio della madre di Pauline è brutalmente fracassato. Sulla scena, gli oggetti personali della donna sono sparsi tra chiazze di vomito. Il sangue, schizzato ovunque, imbratta i fili d’erba e i petali, colorando il terriccio su cui il corpo della donna giace senza vita.

Lungo il perimetro della camera a tenuta stagna scorrono paralleli due tubi metallici, le cui bocche sembrano intrattenere un dialogo perturbante che da giorni nega il sonno ai cinque ospiti.
Siamo alla fine degli anni ’40. Il sentore di un imminente conflitto con gli Stati Uniti d’America spinge gli alti vertici dell’Unione Sovietica ad accelerare la ricerca scientifica. Cinque prigionieri politici vengono così sottoposti a un esperimento di privazione del sonno destinato a protrarsi per due settimane sotto l’effetto di un gas stimolante, ancora in fase di studio, e con la promessa della libertà in cambio della loro collaborazione.
L’esperimento è sorvegliato da un’équipe di ricercatori guidata da un medico militare sovietico, incaricata di registrare il progressivo decadimento fisico e mentale dei soggetti. Il monitoraggio avviene attraverso cinque microfoni collocati all’interno della camera e alcuni spessi oblò che permettono di osservare quasi direttamente ciò che accade oltre il vetro. Una strumentazione solo in apparenza rudimentale, ma sufficiente a trasformare l’osservazione scientifica in una lenta contemplazione dell’orrore.