L'esperimento russo del sonno

Esperimento Russo del Sonno 300x300

  • Titolo: L’Esperimento Russo del Sonno
  • Autore: anonimo (diffusione sul web in varie lingue)
  • Tipologia: Creepy Tales / creepypasta 
  • Anno: 2000 circa  

Lungo il perimetro della camera a tenuta stagna scorrono paralleli due tubi metallici, le cui bocche sembrano intrattenere un dialogo perturbante che da giorni nega il sonno ai cinque ospiti.

Siamo alla fine degli anni ’40. Il sentore di un imminente conflitto con gli Stati Uniti d’America spinge gli alti vertici dell’Unione Sovietica ad accelerare la ricerca scientifica. Cinque prigionieri politici vengono così sottoposti a un esperimento di privazione del sonno destinato a protrarsi per due settimane sotto l’effetto di un gas stimolante, ancora in fase di studio, e con la promessa della libertà in cambio della loro collaborazione.

L’esperimento è sorvegliato da un’équipe di ricercatori guidata da un medico militare sovietico, incaricata di registrare il progressivo decadimento fisico e mentale dei soggetti. Il monitoraggio avviene attraverso cinque microfoni collocati all’interno della camera e alcuni spessi oblò che permettono di osservare quasi direttamente ciò che accade oltre il vetro. Una strumentazione solo in apparenza rudimentale, ma sufficiente a trasformare l’osservazione scientifica in una lenta contemplazione dell’orrore.

Attraverso il progressivo deterioramento del comportamento dei cinque soggetti il racconto abbandona la sua freddezza. La narrazione scientifica scivola in una spirale di perdita di controllo e isolamento. La registrazione della quinta giornata mostra ormai con chiarezza l’impossibilità di gestire ciò che sta accadendo. Uno degli uomini urla ininterrottamente per tre ore per poi ridursi a emettere soltanto suoni gutturali. Gli altri quattro si limitano a bisbigliare parole che il microfono non riesce a distinguere.

Da questo momento in poi il racconto si concentra sull’angoscia di un’osservazione a cui l’équipe non può sottrarsi. Il senso di smarrimento degli osservatori fa da specchio alla progressiva disumanizzazione dei cinque uomini, le cui azioni diventano sempre più inspiegabili, ferali e raccapriccianti. Quando i soggetti imbrattano i vetri degli oblò con le loro feci, agli osservatori esterni non restano che le informazioni raccolte dai microfoni. È un passaggio narrativo che mostra con forza il potere affidato all’immaginazione del lettore e dello spettatore: schiocchi improvvisi, masticazioni lente, suoni liquidi e strappi umidi finiscono così per incidere il terrore sui volti dell’équipe. 

Abuso di potere in nome del progresso, disumanizzazione dell’uomo ridotto a cavia, fragilità di una mente che senza sonno si spezza e corpo che, nel delirio, oltrepassa i propri limiti: sono questi i nuclei portanti del racconto. “L’Esperimento Russo del Sonno” suggerisce l’esistenza di un’entità mostruosa che alberga sopita in ciascuno di noi. L’orrore, allora, non proviene davvero dall’esterno, ma da qualcosa di antico e oscuro che l’uomo riesce a tenere a bada soltanto grazie a un fragile equilibrio.

Qual è la natura di un evento il cui unico esito possibile è l’orrore? Ripercorrendo la successione delle vicende narrate, è difficile distogliere l’attenzione dalla scintilla che sembra aver dato inizio a una catena di azioni eccezionalmente dissennate. Il desiderio di potere di uno Stato che spinge la scienza oltre ogni limite, il bisogno di primeggiare sull’altro a costo di calpestare i propri simili, la volontà di collocarsi a tutti i costi al di sopra di tutti: non è forse tutto questo il riflesso di una paura profonda, inconsciamente mascherata?

Una paura che potrebbe coincidere con il sentore di qualcosa di oscuro che ci abita. Eppure, tra le righe del racconto, il vero problema non sembra essere l’oscurità in sé, quanto piuttosto il portare alla luce qualcosa che dovrebbe restare nell’ombra. Tutto questo veicola un messaggio spaventosamente attuale. Viviamo in una società in cui ogni giorno mostriamo affannosamente pezzi di noi, spesso strappandoceli di dosso. Ci esponiamo senza sosta alla luce, quando forse il nostro bisogno più autentico sarebbe quello di riprenderci una forma di oblio. Forse è proprio l'eccesso di luce quell'oscurità che ci costa la ragione.

  • Voto: 7.5
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