The Sisters of Mercy: La band rock che ha rifiutato il gothic

the sisters of mercy

  • Nome Band: The Sisters of Mercy
  • Fondatori: Andrew Eldritch (Voce), Gary Marx (Chitarra)
  • Anno e luogo di fondazione: Leeds, Inghilterra, 1980
  • Genere: Gothic Rock
  • Etichetta storica: Merciful Release (etichetta fondata dagli stessi Eldritch e Marx)
  • Stato Attuale: Attivi dal vivo, Nessun nuovo album in studio dal 1990

Una città grigia, industriale, percorsa da una pioggia che pare non concedere tregua. Non è Londra, non ha il fascino patinato della capitale, e proprio in questa marginalità geografica e culturale trova terreno fertile qualcosa che cambierà per sempre l'estetica sonora e visiva di intere generazioni di anime notturne. Non è un'esagerazione parlare di leggenda quando si affronta la storia di The Sisters of Mercy. Pochissime band nella storia della musica hanno costruito un mito tanto solido partendo da un rifiuto tanto ostinato: quello della stessa etichetta che le viene universalmente attribuita. Eppure, senza Sisters of Mercy, il gothic rock come lo conosciamo oggi come l'estetica, il suono, persino il guardaroba, semplicemente non esisterebbe nella forma in cui lo riconosciamo. E la loro discografia, per quanto numericamente esigua se paragonata a quella di band coetanee, resta tra le più dense e influenti mai prodotte nell'ambito della musica underground.

Il nome, la maschera, l'inizio:
Al centro di tutto c'è un'identità costruita con precisione quasi chirurgica: Andrew Eldritch, nome d'arte che è già di per sé un manifesto (in inglese, "eldritch" significa "sinistro", "ultraterreno", "arcano" termine caro alla narrativa weird di H.P. Lovecraft). Insieme al chitarrista Gary Marx, Eldritch fonda la band nel 1980, scegliendo il nome da una canzone di Leonard Cohen, Sisters of Mercy appunto, contenuta nell'album d'esordio del cantautore canadese del 1967.

I due fondano anche una propria etichetta discografica indipendente, la Merciful Release, attraverso la quale la band pubblicherà buona parte del proprio materiale storico, mantenendo un controllo quasi totale sulla propria produzione artistica. Scelta che si rivelerà determinante per comprendere i rapporti spesso conflittuali che Eldritch intratterrà, negli anni a venire, con le major discografiche.

Fin dai primi passi, la band si dota di un elemento che diventerà tanto iconico quanto la musica stessa: Doktor Avalanche, la drum machine che era inizialmente una Dr Rhythm, poi sostituita nel tempo da modelli via via più sofisticati che poi prenderà il posto di un batterista in carne e ossa. Non è un ripiego economico, come qualcuno inizialmente pensò, ma una scelta identitaria precisa: quella pulsazione meccanica, fredda, implacabile, diventerà la spina dorsale ritmica di ogni disco della band, il metronomo di un'estetica che fondeva la freddezza della macchina al calore torbido del rock. Doktor Avalanche, va detto, è tuttora "in formazione" ed è l'unico membro rimasto costante in oltre quarant'anni di onorata carriera, al netto degli aggiornamenti tecnologici.

I primi singoli: la costruzione di un suono
Tra il 1982 e il 1983 la band pubblica una serie di singoli per la Merciful Release che oggi sono pietre miliari imprescindibili per chiunque si avvicini al genere: Damage Done, Body Electric, Alice, Anaconda. Sono brani costruiti su bassi ipnotici che è merito in gran parte di Craig Adams, ex bassista dei Expelaires, entrato in formazione nel 1983 con chitarre taglienti (quelle di Gary Marx, presto affiancato anche da Ben Gunn) e la voce baritonale di Eldritch, un timbro profondo, quasi liturgico, che sembra emergere da una cripta più che da un microfono. È un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile, che diventerà tra i più imitati nella storia della musica alternativa, dai fratelli minori del dark rock fino a certe correnti del metal gotico anni novanta. Situazione che Eldritch prese le distanze dalla scena metal, e non approvò mai il gothic metal.

sisters of mercy the reptile house

The Reptile House (1983): il primo capitolo lungo
Nel 1983 esce The Reptile House, un EP di sei tracce che rappresenta il primo vero e proprio capitolo "lungo" della discografia Sisters. È un lavoro cupo, ipnotico, quasi claustrofobico, registrato con un budget ridottissimo ma capace di anticipare con precisione chirurgica gli umori che troveranno pieno compimento nell'album successivo. Non è ancora il suono compiuto e monumentale che la band raggiungerà due anni più tardi, ma è già un manifesto di intenti: atmosfere dilatate, ritmiche meccaniche, un senso di decadenza latente che permea ogni traccia. Sempre nel 1983 arriva anche il singolo Temple of Love, destinato a diventare uno dei brani più iconici e duraturi del repertorio della band, tanto da essere ripubblicato in una nuova versione nel 1992 con la partecipazione della cantante libanese Ofra Haza.

the sister of mercy First and Last and Always 1985

First and Last and Always (1985): il primo capolavoro
Il 1985 è l'anno che consacra The Sisters of Mercy come una delle band più importanti della scena post-punk britannica. Esce First and Last and Always, unico album in studio a portare la firma della formazione "classica" al completo: Eldritch, Gary Marx, Craig Adams e il nuovo arrivato Wayne Hussey, chitarrista subentrato a Ben Gunn poco prima delle registrazioni. L'album è un monumento di atmosfere dark e romanticismo decadente, con una produzione che, a distanza di quarant'anni, suona sorprendentemente moderna e curata: bassi profondi, chitarre che alternano arpeggi cristallini a muri di distorsione, la voce di Eldritch che si muove tra il sussurro e il declamato quasi teatrale. Brani come la title track, Marian e No Time to Cry diventano immediatamente classici, capaci di restare nel repertorio live della band per i decenni a venire.

È il disco che, insieme ai lavori coevi di Bauhaus, Fields of the Nephilim e Christian Death, contribuisce a codificare quello che critica e pubblico inizieranno presto a chiamare "goth". Un'etichetta che Andrew Eldritch rifiuterà da subito con un'ostinazione quasi ideologica, e che continuerà a respingere pubblicamente per tutta la sua carriera, definendola riduttiva rispetto alla complessità della propria visione artistica. Ma è anche l'album che segna l'inizio della fine della prima incarnazione della band. Le tensioni interne, mai sopite, esplodono subito dopo la pubblicazione: Gary Marx, cofondatore storico, lascia il gruppo nel 1985, poco dopo l'uscita del disco, in aperto disaccordo con la direzione artistica sempre più autocratica presa da Eldritch. È il primo, clamoroso strappo in una storia che di strappi, scissioni e cause legali ne conterà molti altri.

La frattura, l'esilio tedesco e la rinascita: Floodland 
Il periodo che segue la pubblicazione di First and Last and Always è ancora più tumultuoso. Nel 1985, subito dopo l'uscita di Marx, anche Wayne Hussey e Craig Adams abbandonano la nave, portandosi dietro buona parte del pubblico e della credibilità costruita fino a quel momento: i due fonderanno di lì a poco The Mission, che diventerà una delle band più popolari della scena gothic rock di fine anni Ottanta, in una rivalità mai del tutto sopita con l'ex capo. Eldritch, rimasto solo al timone del progetto insieme al solo nome Sisters of Mercy assieme a Doktor Avalanche, fedele fino all'ultimo si trasferisce per un periodo ad Amburgo in Germania, in un vero e proprio autoesilio creativo. È qui che, insieme al bassista Patricia Morrison (proveniente dai Gun Club di Jeffrey Lee Pierce) e con il fondamentale contributo compositivo del chitarrista Andreas Bruhn, comincia a lavorare al disco che segnerà la rinascita della band.

Nel 1987 esce Floodland, probabilmente il disco più ambizioso e cinematografico dell'intera discografia. La produzione è grandiosa, quasi wagneriana e porta la firma di Jim Steinman, lo stesso autore e produttore che aveva lavorato con Meat Loaf (Bat Out of Hell) e Bonnie Tyler (Total Eclipse of the Heart). Steinman cura in particolare due brani, This Corrosion e Dominion/Mother Russia, portando un'orchestrazione sinfonica e un senso della grandiosità pop che la band non aveva mai esplorato prima. This Corrosion, con il celebre coro registrato con un ensemble di quaranta voci, diventa un classico immediato e senza tempo, capace di riempire i dancefloor dark di tutto il mondo. Lucretia My Reflection, dal canto suo, diventa l'inno definitivo di intere generazioni di frequentatori di locali gotici, ancora oggi immancabile in qualsiasi scaletta da club. È il momento di massimo splendore commerciale e artistico della band: i Sisters of Mercy diventano headliner internazionali, un nome che ogni appassionato di musica alternativa conosce a memoria, capace di scalare le classifiche britanniche pur restando fedele a un'estetica di totale, impenetrabile oscurità.

The Sisters of Mercy Vision Thing cover

Vision Thing (1990): l'ultimo capitolo ufficiale
Nel 1990 esce Vision Thing, terzo e a oggi ultimo album in studio della band. Alla session partecipano, tra gli altri, il chitarrista Andreas Bruhn e diversi turnisti, mentre la line-up live di quel periodo vede l'ingresso di Tony James (ex Generation X e Sigue Sigue Sputnik) come co-autore di alcuni brani, seppur senza mai apparire ufficialmente come membro della band. Musicalmente, Vision Thing segna un cambio di rotta: il suono si fa più diretto, più elettrico, quasi hard rock in alcuni passaggi, abbandonando parte del sinfonismo di Floodland per un approccio più aggressivo e chitarristico. L'album ha anche un'impronta politica esplicita: il brano che dà il titolo al disco è una critica feroce all'amministrazione Bush senior, con il titolo preso in prestito proprio da un'espressione usata dallo stesso presidente americano per descrivere la propria visione di governo. Brani come Detonation Boulevard e una rabbiosa Ribbons completano un lavoro che, pur meno unanimemente celebrato dei due precedenti, resta un capitolo fondamentale della discografia. È, appunto, l'ultimo capitolo discografico ufficiale della band. Da quel momento, per oltre tre decenni, The Sisters of Mercy non pubblicheranno più un album in studio.

Gli anni Novanta: raccolte, cause legali e il silenzio che si fa strategia
Il decennio successivo è segnato più dalle battaglie legali che dalla musica. Eldritch entra in un lunghissimo conflitto con la propria casa discografica dell'epoca, la East West/WEA, rifiutandosi di consegnare nuovo materiale che ritiene la label non sia in grado di promuovere adeguatamente. Il risultato pratico di questo braccio di ferro sono due raccolte che, pur non essendo album di inediti, diventano tappe fondamentali per il pubblico della band: Some Girls Wander by Mistake (1992), che raccoglie il materiale pubblicato su Merciful Release prima di First and Last and Always, incluso l'intero The Reptile House, e A Slight Case of Overbombing (1993), raccolta dei singoli con l'aggiunta dell'inedito Under the Gun. Sono gli ultimi documenti ufficiali di studio pubblicati dalla band. Da qui in avanti, ogni nuovo brano scritto da Eldritch verrà eseguito esclusivamente dal vivo, senza mai approdare a una registrazione ufficiale ed è una scelta che diventerà, con gli anni, tratto distintivo quasi filosofico della band stessa.

Il paradosso di una band leggendaria senza nuovi dischi
Ed è qui che la storia di The Sisters of Mercy prende una piega quasi unica nell'intero panorama della musica popolare: un gruppo leggendario che continua a essere magnetico, che riempie ancora oggi palazzetti e festival internazionali, senza mettere piede in uno studio di registrazione per materiale ufficiale da oltre trent'anni. Brani come Summer, Crash and Burn, Arms o Show Me sono conosciuti a memoria da generazioni di fan che li hanno ascoltati esclusivamente dal vivo o tramite bootleg, mai su un supporto ufficiale. Nel corso dei decenni la formazione live si è più volte rinnovata attorno all'unico membro fisso, lo stesso Eldritch: tra i musicisti che si sono alternati sul palco vanno ricordati Adam Pearson (tastiere e chitarra, tra i collaboratori più longevi), Chris Catalyst e Ben Christo alle chitarre, Dylan Smith al basso. Una girandola di nomi che non ha mai scalfito, paradossalmente, la riconoscibilità e la coerenza artistica della band, proprio perché il centro nevralgico è sempre rimasto saldamente nelle mani del suo fondatore.

Il rifiuto dell'etichetta e la costruzione del mito Quello che rende The Sisters of Mercy un caso più unico che raro nella storia della musica non è soltanto il suono e che resta pure ineguagliato nella sua capacità di fondere post-punk, hard rock e atmosfere gotiche con la gestione quasi filosofica dell'immagine pubblica. Eldritch ha sempre rifiutato con veemenza l'etichetta "gothic", arrivando a definire ironicamente la propria band "una via di mezzo tra gli Abba e Motörhead". Eppure, paradossalmente, i Sisters of Mercy sono universalmente riconosciuti come uno dei pilastri fondanti se non il pilastro fondante in assoluto, insieme a pochi altri nomi dell'intero movimento gotico contemporaneo. Questa contraddizione, lungi dall'indebolire il mito, lo ha rafforzato nel tempo. La band è diventata simbolo di autenticità proprio nel suo muoversi contro le logiche dell'industria discografica, nel suo rifiuto delle convenzioni promozionali, nel suo esistere quasi come un fantasma che si manifesta solo dal vivo, negando al pubblico la normale dialettica tra album e tour.

L'eredità estetica
Ripercorrere la storia dei Sisters of Mercy significa ripercorrere la nascita stessa dell'estetica dark contemporanea: il look total black in pelle, gli occhiali scuri indossati anche nei locali più bui, il fumo che avvolge il palco fino a rendere quasi invisibili i musicisti, l'uso della drum machine come scelta identitaria e non come ripiego tecnico. Gran parte di questo immaginario, oggi dato quasi per scontato quando si pensa alla scena goth, è stato codificato in larga misura proprio da questa band. Innumerevoli gruppi hanno attinto, chi più chi meno dichiaratamente, al lascito sonoro ed estetico dei Sisters of Mercy: dal darkwave scandinavo al gothic rock italiano, passando per infinite formazioni che negli anni Novanta e Duemila hanno tentato di replicarne l'alchimia tra romanticismo decadente e potenza ritmica. Oggi: il concerto come unico rito rimasto Ancora oggi, quando The Sisters of Mercy salgono su un palco sia che sia un festival estivo europeo (il Wave-Gotik-Treffen di Lipsia su tutti) o un club di provincia e l'evento assume i contorni di un rito collettivo. Il pubblico, spesso composto da generazioni che si sovrappongono e i fan storici accanto a chi li ha scoperti tramite streaming e canta ogni parola di brani vecchi di quasi quarant'anni, e persino brani mai incisi ufficialmente, con una devozione che ha poco di nostalgico e molto di autenticamente liturgico.
Perché in fondo The Sisters of Mercy non sono mai stati solo una rock band. Sono stati, e restano, un'esperienza rituale: buio, fumo, basso pulsante, voce baritonale che intona frasi diventate mantra per intere generazioni di anime notturne. Un mito costruito sulla contraddizione di rifiutare il "Gothic" pur incarnandolo alla perfezione, smettere di incidere dischi pur restando tra le band più magnetiche in circolazione e che continuano, oggi come quarant'anni fa, a esercitare un fascino ipnotico e senza tempo.

Voto: 9/10

All in One Man: Alternative DJ, Promoter, Label Producer, Innovative Mind, Manager, Technician and More..