Warsaw, prima del nome
Tutto comincia con un concerto. Il 4 giugno 1976, ai Lesser Free Trade Hall di Manchester, i Sex Pistols suonano davanti a una manciata di spettatori che diventeranno, nei mesi e negli anni successivi, la spina dorsale di un'intera scena musicale britannica. Tra il pubblico ci sono Bernard Sumner e Peter Hook, due ragazzi cresciuti nella working class di Manchester, folgorati dall'energia primitiva di quella musica. Poco dopo si aggiunge un giovane dalla voce profonda e dallo sguardo febbrile, Ian Curtis, che già frequentava ambienti musicali e letterari ben oltre la sua età anagrafica, nutrito di Ballard, Burroughs, Bowie e dei Velvet Underground. Il gruppo si forma sotto il nome di Warsaw, un omaggio scoperto al brano "Warszawa" di David Bowie, e comincia a muovere i primi passi in un circuito di locali punk ancora acerbo e violento. Il nome Warsaw, però, si rivela presto un problema: troppo simile a quello dei Warsaw Pakt, genera confusione. All'inizio del 1978, dopo l'ingresso alla batteria di Stephen Morris, che completa la formazione insieme al chitarrista Bernard Sumner e al bassista Peter Hook, il gruppo assume il nome che consegnerà alla storia: Joy Division, con un gesto disturbante e volutamente provocatorio, tipico di certa iconografia post-punk british dell'epoca dal romanzo "La casa delle bambole" di Karol Cetiński, dove il termine indicava le sezioni dei campi di concentramento nazisti destinate allo sfruttamento sessuale delle prigioniere. Una scelta che porterà con sé, per tutta la vita della band, un'ambiguità mai del tutto risolta tra provocazione, fascinazione morbosa per l'immaginario totalitario e ricerca di un nome capace di condensare un'oscurità non ancora del tutto messa a fuoco.
L'incontro con Martin Hannett e la nascita di un suono
Il 1978 è l'anno della svolta discografica minore ma decisiva: l'ingresso nella scuderia della Factory Records, l'etichetta fondata da Tony Wilson, presentatore televisivo con l'ambizione di costruire attorno a Manchester un ecosistema culturale autonomo, con la complicità grafica di Peter Saville e quella in studio di un produttore visionario e imprevedibile come Martin Hannett. È l'incontro tra questi elementi e la scrittura di Curtis, la ritmica ossessiva di Hook e Morris, le chitarre spettrali di Sumner, la visione sonora di Hannett, l'estetica algida di Saville generò qualcosa che nel 1978-79 non ha ancora un nome ma che diventerà, nel giro di pochissimi mesi, un intero linguaggio. I primi documenti di questo processo sono l'EP "An Ideal for Living", autoprodotto nel 1978 con una copertina che riprendeva simbologia militaresca, e la partecipazione alla compilation "A Factory Sample" nel 1979, che introduce al mondo "Digital" e "Glass": due brani già capaci di mostrare la cifra stilistica della band, un incedere ritmico quasi meccanico sormontato da una voce che sembra parlare da un luogo interiore remoto.

Unknown Pleasures (1979): la mappa di una crisi
Quando esce "Unknown Pleasures", nel giugno del 1979, il pubblico si trova di fronte a un disco che sembra provenire da un altrove sonoro rispetto a tutto ciò che il punk aveva prodotto fino a quel momento. Non è un disco veloce, non è un disco rabbioso nel senso tradizionale del termine: è un disco che respira lentamente, che lascia spazio al silenzio, che tratta il basso di Peter Hook come strumento melodico portante mentre la chitarra di Sumner si dirada in schegge, in echi, in frammenti quasi ambientali. La produzione di Martin Hannett scava negli spazi vuoti della batteria di Stephen Morris fino a farla suonare come un battito meccanico proveniente da una fabbrica abbandonata, mentre la voce di Ian Curtis si muove tra il recitativo e il canto, disegnando immagini di isolamento, di controllo, di corpi e menti che si sfaldano. La copertina, disegnata da Peter Saville a partire da un diagramma astronomico che rappresentava le successive pulsazioni radio di una pulsar, diventerà una delle icone grafiche più riprodotte della storia della musica, capace di raccontare per immagini l'idea stessa di un segnale che arriva da lontanissimo e che si fa fatica a decodificare. "Unknown Pleasures" non è semplicemente un disco d'esordio: è la mappa di uno stato interiore, l'atto fondativo di un intero immaginario che negli anni successivi verrà etichettato, semplificando, come "gothic" o "cold wave", pur non appartenendo mai del tutto a nessuna delle due categorie. È qui, in realtà, che si misura più di ogni altrove la statura pionieristica della band: nel 1979 non esisteva ancora un vocabolario critico per descrivere ciò che i Joy Division stavano facendo, non esistevano scaffali di negozio, non esistevano etichette di genere. Bisognerà attendere gli anni successivi, e le decine di gruppi che da quel disco impareranno tutto, perché il mondo trovasse le parole per raccontare ciò che avevano prodotto.
Il 1979-1980: la strada, il male, la scrittura
Nel corso del 1979 e dei primi mesi del 1980 i Joy Division intensificano l'attività live, portando in giro per l'Inghilterra e l'Europa un suono che dal vivo si fa ancora più teso, quasi rituale, complice anche la fisicità della performance di Ian Curtis, la cui danza scomposta, quasi convulsa, diventerà tristemente indissociabile dalla progressiva emersione della sua epilessia, diagnosticata proprio in quei mesi e mai davvero gestita con equilibrio tra terapie farmacologiche, stress da tour e vita privata sempre più complicata, tra il matrimonio con Deborah Curtis e una relazione parallela nata durante le trasferte europee. È in questo contesto di crescente instabilità fisica ed emotiva che nasce il singolo che diventerà, suo malgrado, l'emblema pop della band: "Love Will Tear Us Apart", pubblicato nell'aprile del 1980. Un brano capace di un equilibrio quasi impossibile tra melodia orecchiabile e testo di devastante lucidità sulla fine di un rapporto, tra tastiere che sembrano quasi luminose e un testo che scava nell'incomunicabilità di due persone che si amano e si feriscono nello stesso momento.

Closer (1980) e la fine
"Closer" viene registrato nella primavera del 1980, negli studi Britannia Row di Londra, e uscirà postumo, nel luglio dello stesso anno. Rispetto a "Unknown Pleasures" il suono si allarga, si fa più ricco di tastiere e sintetizzatori, meno ancorato al rock e più prossimo a un territorio che guarda già a certa musica elettronica europea. Ma è soprattutto nei testi che "Closer" segna una discontinuità radicale: le immagini di controllo e isolamento lasciano il posto a una scrittura che parla apertamente di cerimonie, di passaggi, di soglie, di una fine annunciata con una lucidità che, riletta oggi, appare quasi insostenibile. Il 18 maggio 1980, alla vigilia della prima tournée americana della band, Ian Curtis viene trovato morto nella cucina di casa sua, a Macclesfield, dopo essersi tolto la vita. Aveva ventitré anni. La sera prima aveva guardato "Stroszek" di Werner Herzog e ascoltato "The Idiot" di Iggy Pop. La copertina di "Closer", ancora una volta firmata da Peter Saville, raffigura un monumento funebre nel cimitero monumentale di Genova: un'immagine scelta prima della morte di Curtis, che diventerà con un fatale gioco di coincidenze una sorta di lapide profetica per l'intero disco.
Ciò che resta: Still, Substance e l'eredità
Nei mesi e negli anni successivi la Factory Records raccoglie e pubblica il materiale che permette di ricostruire, per frammenti, l'arco completo della band. "Still", doppio album del 1981, mette insieme registrazioni in studio inedite e la registrazione dell'ultimo concerto della band, tenutosi il 2 maggio 1980 alla Birmingham University, quattro giorni prima del suicidio di Curtis: un documento che restituisce, meglio di qualsiasi altro, la tensione fisica e nervosa di un gruppo dal vivo. Nel 1988 arriva "Substance", raccolta che riunisce i singoli e i lati B pubblicati negli anni della band, comprese "Transmission" e "Atmosphere", brani mai inclusi negli album ma diventati con il tempo altrettanto centrali nel canone joydivisioniano quanto le tracce di "Unknown Pleasures" e "Closer". Negli anni successivi arriveranno ulteriori raccolte e cofanetti, dai "Peel Sessions" alle numerose antologie, ma è nel nucleo di questi quattro documenti e i due album in studio e le due raccolte postume. Si condensa così l'intera, brevissima parabola discografica della band.
Dopo la morte di Curtis, i tre membri superstiti decidono di non sciogliersi ma di trasformarsi: nasce così, nello stesso 1980, il progetto New Order, che porterà Sumner, Hook e Morris a essere affiancati da Gillian Gilbert verso territori sonori sempre più elettronici, contribuendo in modo determinante alla nascita della dance music britannica degli anni Ottanta. Ma è dai Joy Division, e in particolare dal magnetismo oscuro e irrisolto di Ian Curtis, che discende una parte enorme di tutto ciò che negli anni a venire chiameremo darkwave, cold wave, gothic rock: una lezione di scrittura, di produzione, di iconografia che ancora oggi, quasi cinquant'anni dopo, continua a essere riascoltata, studiata, citata e mai davvero eguagliata. Furono pionieri nel senso più letterale del termine: attraversarono per primi un territorio sonoro ed emotivo di cui nessuno aveva ancora tracciato i confini, e lo fecero senza modelli a cui appoggiarsi, inventando strada facendo un intero alfabeto ritmico, timbrico, testuale che chiunque, dopo di loro, avrebbe potuto solo declinare, ampliare, reinterpretare. In questo senso i quattro anni dei Joy Division non sono soltanto la storia di una band: sono l'atto di fondazione di un intero continente musicale ancora oggi abitato.
Voto: 10/10

