Das Ich: i pionieri della Neue Deutsche Todeskunst

das ich band

Recensione speciale. In memoria di Bruno Kramm (1967 – 2026)

  • Nome Band: Das Ich
  • Origine: Bayreuth, Baviera (Germania)
  • Formazione: 1989
  • Generi: Dark wave, gothic, electro-industrial, Neue Deutsche Todeskunst
  • Lingua: Tedesco (quasi esclusivamente)
  • Formazione storica: Stefan Ackermann (voce, dal 1989); Bruno Kramm (tastiere, sintetizzatori, programmazione, cori, produzione; 1989 – 2026)
  • Etichette: Danse Macabre, Metropolis, Massacre, Etherhaus, Facedown (Europa)
  • Album in studio: Die Propheten (1991), Staub (1994), Egodram (1998), Morgue (1998), Anti'christ (2002), Lava (2004), Cabaret (2006), Fanal (2025)
  • Altre uscite chiave: Satanische Verse (maxi, 1990/91), Stigma (maxi, 1994), Feuer (live, 1995), Das innere Ich (colonna sonora, 1996), Re-Laborat (remix, 1999), Relikt (raccolta, 2003)

Prologo: un palco andaluso, una sera di settembre

Il 25 settembre 2026 i Das Ich salgono sul palco della sala Planta Baja, a Granada, per quello che viene annunciato come il loro primo concerto nel sud della Spagna. Il tour europeo è il coronamento di un ritorno che tutti aspettavano da quasi vent'anni: l'album nuovo è uscito da undici mesi, il M'era Luna del 2027 li ha già in cartellone, il pubblico c'è e risponde. Verso la fine dell'esibizione Bruno Kramm, cinquantotto anni, tastierista, compositore, produttore e fondatore della band, si sente male. I soccorsi arrivano intorno a mezzanotte e non possono che constatarne la morte. Le autorità spagnole hanno aperto gli accertamenti di rito.

Scrivere una retrospettiva sui Das Ich a poche ore da questa notizia significa scriverla con una diversa gravità. Il progetto che Kramm e Stefan Ackermann hanno costruito per trentasette anni non è stato solo una band: è stato l'atto fondativo di un intero movimento, quello che poi si sarebbe chiamato Neue Deutsche Todeskunst. Prima che qualcuno coniasse l'etichetta, prima che una scena si riconoscesse in quel nome, c'erano loro due, a Bayreuth, a inventare un linguaggio che nessuno aveva ancora tentato. Che il sipario sia calato proprio dopo un concerto, nel luogo in cui quel linguaggio ha continuato a vivere fino all'ultimo, ha qualcosa di brutalmente coerente e di profondamente ingiusto. Quello che segue è il racconto di come due pionieri abbiano aperto una strada che altri, dopo di loro, si sono limitati a percorrere.

Bayreuth, 1989: due solitudini in un club

La città è quella di Wagner. Non è un dettaglio da poco per chi si mette a fare musica teatrale, drammatica e smodata in lingua tedesca: a Bayreuth l'idea del Gesamtkunstwerk, l'opera d'arte totale che fonde musica, parola e messinscena, si respira nell'aria molto prima che un ventenne inizi a sospettare di averla dentro. In un locale che si chiamava Crazy Elephant, nel 1989, si incontrano due musicisti che hanno più o meno lo stesso problema. Bruno Kramm, nato a Monaco nel 1967, ha già alle spalle esperienze in diversi progetti e una passione quasi maniacale per i sintetizzatori e per il lavoro di studio. Stefan Ackermann ha una presenza fisica e una voce che non somigliano a nessun cantante di area new wave: un corpo che recita, urla, sussurra, si contorce.

Dopo qualche ora di chiacchiere decidono di fare qualcosa insieme. Sul nome non ci sono dubbi: Das Ich, l'Io, il termine con cui il tedesco rende il concetto freudiano di ego. Un'etichetta sobria per un programma che è tutto fuorché sobrio, perché l'Io dei Das Ich è un soggetto lacerato, che si guarda allo specchio e non riconosce la faccia, che discute con Dio e con il diavolo senza nessuna certezza su chi dei due ascolti. Le prime cose che i due fanno circolare sono demo religiosamente irriverenti, dai titoli programmatici come Gottes Tod e Des Satans neue Kleider. Il bersaglio è la Chiesa, la morale ereditata, il conformismo di una Germania che si sta riunificando e che ha voglia di rimuovere qualunque discorso scomodo. Nessuno lo sa ancora, ma quelle demo contengono già il seme di ciò che diventerà un movimento: la Germania non ha una propria tradizione di musica oscura cantata nella propria lingua, e i due stanno per crearla da zero.

Danse Macabre: quando nessuno ti pubblica, ti fondi un'etichetta

La leggenda, confermata dai diretti interessati, è che nessuna etichetta volesse saperne del primo album. Troppo strano, troppo tedesco, troppo teatrale, poco incasellabile per i cataloghi dell'epoca, che sapevano cosa fare con l'EBM e con il Gothic Rock inglese ma non con un duo che declamava in tedesco con toni da dramma espressionista sopra basi elettroniche dure e cupe. Kramm risolve la questione nel modo più pratico: fonda una propria etichetta, la Danse Macabre. Il nome è già un manifesto, con il rimando alla danza medievale in cui la Morte chiama tutti, papi e contadini, a ballare nello stesso girotondo. Nel tempo l'etichetta, con sede a Wirsberg, diventerà uno dei punti di riferimento della scena dark tedesca, ospitando artisti come X-In June, The Beauty of Gemina, Stoneman, Waves under Water e molti altri, e Kramm continuerà a lavorarvi anche da produttore.

Il primo tassello è il maxi Satanische Verse, che a seconda delle fonti circola tra il 1990 e il 1991. Sono pochi brani, ma bastano a fissare la grammatica: sintetizzatori che costruiscono architetture solenni e minacciose, ritmiche secche e marziali, e sopra tutto questo la voce di Ackermann, che non canta nel senso tradizionale del termine ma interpreta, alternando declamazione da palcoscenico, ringhio, parlato allucinato. Il titolo cita senza pudori il libro che aveva appena scatenato un caso internazionale, e la scelta non è casuale: qui la provocazione non è un vezzo estetico ma un metodo. Il maxi è un biglietto da visita che sarebbe stato ristampato, in edizione limitata da cinquecento copie su vinile con brani aggiuntivi, ben ventisei anni dopo, nel 2017, a riprova di quanto fosse rimasto vivo tra i collezionisti.

Il vero atto di nascita è però Die Propheten, il debutto sulla lunga distanza del 1991. Le sue pagine più celebri, Gottes Tod e Kain und Abel, fanno subito capire di che pasta è fatto il progetto. La struttura è quella di un piccolo oratorio nero: le tastiere di Kramm sanno essere corali e monumentali, poi aggredire con figure ritmiche di derivazione industriale, mentre Ackermann interpreta i testi come fosse in scena a teatro, con una fisicità che si sente anche solo ascoltando il disco a occhi chiusi. Non ci sono concessioni al rock, non ci sono chitarre a scaldare l'atmosfera: solo elettronica, voce e una volontà quasi ossessiva di raccontare il rapporto dell'uomo con il sacro, la colpa e la fine. L'album vende oltre trentamila copie, un risultato clamoroso per una produzione indipendente cantata in tedesco, e sarà ristampato negli Stati Uniti nel 1997 e di nuovo in Europa nel 2009. È il momento in cui i Das Ich smettono di essere un progetto tra due amici e diventano il punto di riferimento di una scena che ancora non ha un nome. Quel nome arriverà presto, Neue Deutsche Todeskunst, la nuova arte tedesca della morte, ma il linguaggio, il metodo, l'intera grammatica del movimento sono già tutti qui, scritti da due pionieri prima che chiunque altro si mettesse a seguirli.

Staub e Stigma: i pionieri fanno scuola

das ich staub

Passano tre anni di silenzio discografico, che per la band diventano un periodo di lavoro lento e meticoloso. I Das Ich non sono mai stati un gruppo da produzione a ritmo industriale, e questa scelta, che nel tempo diventerà la loro cifra, comincia proprio qui: ogni album deve avere un'epoca, un linguaggio proprio, nessuna copia del precedente. Nel frattempo la scena che hanno contribuito a fondare comincia a popolarsi di nomi nuovi, e i Das Ich restano il metro di paragone: chi arriva dopo si misura, consapevolmente o no, con quello che loro hanno inventato per primi. Quando Staub, "polvere", esce nel 1994, il salto è evidente. Il suono è più pieno, più stratificato, con una scrittura che sa dosare le esplosioni e le pause, lavorare sui vuoti e sulle tensioni. L'album resta nelle classifiche tedesche per undici settimane, un dato di tutto rispetto per una band che canta di morte e disgregazione in una lingua difficile per il mercato internazionale.

das ich stigma

A ridosso di Staub arriva il maxi Stigma, che porta con sé una nuova versione, in chiave decisamente più dance e industriale, di Von der Armut, uno dei brani cardine dell'album. È il segnale di una duplicità che accompagnerà la band per tutta la carriera: da un lato la dimensione solenne, quasi da musica colta, dall'altro una capacità di parlare ai club, di trasformare la disperazione in ritmo. I Das Ich sono uno di quei rari gruppi capaci di essere allo stesso tempo materiale da sala da concerto e da pista.

Ed è nella dimensione dal vivo che l'immagine si completa. Nel giugno del 1995 la band affronta il suo primo tour negli Stati Uniti, seguito da un secondo giro più lungo, tredici date, nel 1997. Il pubblico americano, che ha già conosciuto il gotico attraverso la Metropolis Records, resta colpito da uno spettacolo che non ha equivalenti: Ackermann che si muove come un attore espressionista in preda a una crisi, Kramm dietro le tastiere con il suo aspetto scenico volutamente eccessivo, le corna di capelli e il trucco pesante, un'estetica da personaggio di teatro macabro. Il live diventa parte integrante dell'identità della band, tanto che nel 1995 esce Feuer, "fuoco", che fissa su disco l'energia dei concerti. Nello stesso anno arriva anche Die Liebe, una collaborazione con gli Atrocity, a dimostrazione della curiosità con cui i due guardano fuori dal proprio orticello.

Nel 1996 c'è spazio per un'incursione in ambito cinematografico. Il regista Hans Helmut Häßler affida ai Das Ich la colonna sonora del suo film sperimentale Das ewige Licht, "la luce eterna", e le musiche escono con il titolo Das innere Ich "il proprio io interiore". Non è un episodio marginale: dimostra quanto il linguaggio della band sia già pensato per un'immagine, per una narrazione da rappresentare, e apre la strada a una vocazione visuale che troverà compimento nei DVD dei primi anni Duemila.

1998: Egodram e Morgue, due facce della stessa medaglia

das ich egodram

Il 1998 è l'anno in cui i Das Ich si sdoppiano. Egodram, pubblicato in un contesto di distribuzione più ampio rispetto agli esordi, spinge decisamente verso un suono più ritmico e da club, senza rinnegare la teatralità. Da qui escono i singoli Kindgott e Destillat, entrambi pensati per la pista, con un impatto che colpisce il pubblico dell'industrial-dance senza sacrificare l'identità musicale della band. È un disco che risponde al clima dell'epoca, quando l'electro-industrial tedesco sta vivendo la sua stagione di massima esposizione, e i Das Ich decidono di dimostrare che possono stare sullo stesso terreno dei colleghi più orientati alla danza mantenendo la propria autorialità. Al disco segue un tour tra Stati Uniti e Messico.

Nello stesso anno, però, esce anche Morgue, e se Egodram è la faccia esterna, quella che guarda alla pista, Morgue è quella interiore, cupa, letteraria. Il concept è una delle scelte più coraggiose della carriera della band: mettere in musica le poesie di Gottfried Benn, il poeta espressionista che prima di diventare una figura controversa della cultura tedesca è stato medico, e che nei versi dedicati all'obitorio racconta con freddezza clinica la putrefazione, la carne, l'anatomia della morte. Il materiale è esattamente quello che serve ai Das Ich: brutale, poetico, senza compromessi. Il risultato è un disco più asciutto e sofferente, dove le tastiere di Kramm si fanno colonna sonora di un teatro anatomico e la voce di Ackermann recita quelle parole con un'aderenza impressionante. Chi cerca il nucleo intellettuale della band trova qui la sua espressione più netta, e non è un caso che Morgue sia ancora oggi uno dei titoli più citati dagli appassionati quando si tratta di spiegare cosa significhi davvero Neue Deutsche Todeskunst.

Il decennio si chiude con Re-Laborat, raccolta di remix che chiama a raccolta alcuni dei nomi più rilevanti dell'elettronica scura di fine millennio: And One, Funker Vogt, Wumpscut, VNV Nation. Un progetto che fotografa bene il rispetto di cui la band gode presso i colleghi, e che negli Stati Uniti, dove esce per Metropolis, si piazza al settimo posto delle classifiche CMJ RPM. Nel frattempo Kramm, che non sta mai fermo, porta avanti un progetto solista, Coeur, pubblicato nel 2000 a nome Kramm.

Il nuovo millennio: Anti'christ, Lava, Cabaret

Passano quattro anni tra Egodram e il disco successivo, e quando nel 2002 arriva Anti'christ il clima è cambiato. Il mondo ha appena vissuto l'11 settembre e i Das Ich rispondono con un album che è una lettura critica della politica internazionale del dopo-attentato. Rispetto ai primi lavori la scrittura si fa più poetica, più sfumata, con un equilibrio sottile tra armonia e dissonanza. Il titolo, con quell'apostrofo che spezza la parola in due, sembra un promemoria: la figura dell'anticristo, che nei primi anni la band aveva usato come provocazione, ora diventa una lente per guardare la storia contemporanea. La raccolta Relikt, nel 2003, permette di fare il punto su quattordici anni di carriera e serve anche a mostrare quanto il materiale storico sia rimasto attuale.

Nel 2004 arriva il doppio Lava, una delle uscite più ambiziose. Il progetto si articola in due dischi complementari, Lava:Glut, "brace", e Lava:Asche, "cenere". Il primo contiene le nuove composizioni, in cui la componente più strumentale e atmosferica si fa più marcata, con un passo che alterna momenti di pressione ritmica ad aperture più contemplative. Il secondo riprende quei brani in versioni da pista, dimostrando ancora una volta la doppia natura della band, capace di essere insieme rito e ballo. Il titolo racconta bene il tema: la lava è materia in fusione che si raffredda e diventa roccia, il calore che si spegne e lascia scorie. A completare il pacchetto c'è un DVD, Addendum, che raccoglie materiale video e conferma l'attenzione della band per l'immagine.

Il 2006 è l'anno di Cabaret, forse l'album più sorprendente della loro parabola. Il titolo dice già tutto: qui i Das Ich abbracciano apertamente la vena circense, teatrale, da varietà malato, che covava in ogni loro concerto. Le atmosfere sono più strumentali, la messinscena più esplicita, e l'album esce in un cofanetto che comprende Varieté, il disco di remix affidati a nomi come Stillste Stund, Metallspürhunde e FabrikC, e il DVD Panopticum. È un progetto pensato come un'opera totale, in cui il gioco con la maschera, il trucco, la caricatura si fa dichiarazione poetica: il mondo è un cabaret e tutti siamo attori di uno spettacolo che non abbiamo scelto. Per molti fan Cabaret è il momento in cui la band ha smesso di inseguire le mode del genere e ha scelto definitivamente la propria strada, quella del teatro nero. Nessuno può sapere allora che sarà anche l'ultimo album di inediti per diciannove anni.

Il lungo silenzio

das ich cabaret

Dopo Cabaret la discografia si fa rada. Nel 2007 escono le raccolte Alter Ego e Addendum, quest'ultima un contenitore di remix, rarità e versioni alternative, e nel 2008 arriva Kannibale, un'uscita minore che sembra più una parentesi che un nuovo capitolo. Poi, dopo il 2010, la band si ferma. La ragione è dolorosa: Stefan Ackermann ha gravi problemi di salute, una emorragia cerebrale da cui, per fortuna, riemergerà, tornando a esibirsi con la stessa energia di sempre. Non è una consolazione da poco, se si pensa a quanto il corpo sia centrale nel modo di stare sul palco di un interprete come lui.

Il ritorno è simbolico e potente: il Wave-Gotik-Treffen di Lipsia nel 2013 li rivede in scena, con la scenografia e la presenza di sempre. Da quel momento le apparizioni dal vivo riprendono con regolarità, e nel 2023 la band annuncia il suo settimo tour sudamericano, con partenza da San Paolo, a dimostrazione di un pubblico internazionale che non ha mai smesso di seguirla. Sul fronte discografico, invece, la lunga attesa continua: nel 2018 sul sito ufficiale compare l'annuncio di un nuovo album, che però tarda a materializzarsi. Intanto Kramm porta avanti il lavoro di produttore e la gestione di Danse Macabre, e si dedica anche a un altro fronte, quello politico e civile: esperto di diritto d'autore, diventa una voce attiva nel Partito Pirata di Berlino, di cui è stato presidente regionale, per poi lasciarlo dopo un deludente risultato elettorale e tornare tra le fila dei Verdi. Un percorso che a prima vista sembra lontano dal mondo dark, ma che ne rispecchia lo spirito: la stessa volontà di non lasciare a nessun altro il controllo di ciò che si crea, la stessa insofferenza per i poteri costituiti.

Fanal: la luce nel rudere

Il 20 giugno 2025 i Das Ich pubblicano sui social un breve video con una sola data: 31.10.2025. Nessun titolo, nessuna spiegazione. Il nome dell'album viene svelato poco dopo: Fanal, il fuoco di segnalazione, il faro che avverte di un pericolo o che indica una rotta nella notte. Ad agosto e settembre escono i singoli Lazarus e Brutus, due figure che raccontano bene lo spirito del disco: la resurrezione, il tradimento. In un breve preambolo vocale che accompagna uno dei brani, una voce femminile annuncia che l'album non sarà disponibile su Spotify né su nessuna piattaforma di streaming; un annuncio poi rimosso, ma che spiega bene la posizione della band rispetto al mercato contemporaneo.

L'album, a quasi vent'anni da Cabaret, è una dichiarazione di guerra al presente. Misantropia, nichilismo, decadenza sociale, critica del potere sono i temi dichiarati, con Nietzsche, Benn e l'espressionismo tedesco indicati come riferimenti diretti. Kramm, che del disco ha curato l'impianto sonoro, lo descrive come una risposta a un'epoca post-fattuale, un tempo in cui contano più le convinzioni dei fatti. Ascoltarlo con il senno di poi è un'esperienza particolare: chi si aspettava un compromesso o un'operazione nostalgia trova una band ancora inquieta, ancora ostile, capace di rileggere il proprio vocabolario storico con la mano ferma di chi conosce il mestiere. Non c'è nessun bisogno di ammorbidire niente, e non c'è nessun tentativo di sedurre nuovi ascoltatori: è la stessa lingua di trentacinque anni prima, adattata a un mondo che, purtroppo, ne ha ancora più bisogno.

Granada, ultima scena

Il 2026 vede la band tornare stabilmente sui palchi europei. Nel calendario c'è anche la Spagna, con una data in una sala del centro di Granada. La promotrice dell'evento lo aveva presentato sottolineando la messinscena, la presenza intensa ed espressiva del frontman e il legame con il pubblico: una descrizione perfetta di quello che i Das Ich sono sempre stati dal vivo. Alla fine di quel concerto Bruno Kramm si accascia. Ha cinquantotto anni, lascia la moglie e due figli, e lascia a Stefan Ackermann un progetto che porta la sua impronta in ogni suono.

Non spetta a chi scrive stabilire come proseguirà la storia della band, né sarebbe opportuno farlo ora. Ciò che si può dire è che il suono dei Das Ich, quella miscela di solennità e violenza, di sintetizzatori corali e ritmiche implacabili, era in larga parte una creatura di Kramm: compositore, programmatore, produttore, uomo di studio e uomo di palco. Ackermann ne era il corpo e la voce, ma l'architettura sonora nasceva dalle mani di Kramm.

L'eredità di un movimento

Nell'ecosistema della musica dark tedesca i Das Ich non sono semplicemente stati importanti: sono stati i primi. I primi a dimostrare che era possibile cantare in tedesco senza cadere né nel folklorismo né nell'imitazione di modelli anglosassoni, e a farlo con una tale coerenza estetica da dare forma, e poi nome, a un intero movimento. La Neue Deutsche Todeskunst non ha un manifesto scritto né un fondatore ufficiale, ma se dovesse averne uno sarebbe questo duo: senza i Das Ich la scena semplicemente non esisterebbe nella forma che conosciamo. Con Danse Macabre hanno inoltre costruito un'infrastruttura che ha permesso ad altri artisti, come i Relatives Menschsein, altra realtà storica di quella scena, di trovare una casa e una voce.

C'è poi un'eredità che va oltre i dischi e riguarda il modo di intendere la musica come rappresentazione. In un genere spesso schiacciato tra il culto dell'immagine e la routine delle formule, i Das Ich hanno sempre preteso che ogni album fosse un progetto a sé, con un tema, un'estetica, un linguaggio, e che ogni concerto fosse una vera messinscena, non una semplice riproduzione dal vivo. Hanno accettato il rischio di essere incompresi, di uscire dai binari delle mode, di aspettare anche vent'anni prima di tornare con qualcosa che ritenessero degno del proprio nome.

Verdetto

Rivedere la traiettoria dei Das Ich nel suo insieme restituisce l'immagine di due pionieri che non si sono limitati ad anticipare un genere, ma lo hanno inventato pezzo per pezzo, restando poi per trentasette anni il punto di riferimento più coerente e originale della scena dark europea. Gli esordi fulminanti di Die Propheten, la maturità di Staub, la doppia anima di Egodram e Morgue, la ricerca teatrale di Cabaret e il ritorno tardivo ma lucido di Fanal compongono un percorso che non ha bisogno di indulgenze. Certo, la produzione non è stata sempre uniforme, e alcune raccolte e uscite collaterali servono soprattutto ai completisti. Ma il nucleo della discografia resta di quelli che definiscono un genere, e la capacità di reinventarsi restando sempre riconoscibili è una virtù rara.

Il lutto per la scomparsa di Bruno Kramm non deve distorcere il giudizio, né lo distorce: quel giudizio era già scritto nei solchi dei dischi. Ma rende più nitido ciò che quei dischi sono, ovvero il lavoro di due artisti che hanno preso la morte sul serio, proprio per poterla rappresentare con la libertà di chi fa teatro. Resta da ascoltare, riascoltare, tramandare.

Voto: 9/10

All in One Man: Veteran Alternative DJ, Promoter, Label Producer, Innovative Mind, Manager, Technician and More..