Suspiria (2018) Recensione

 

Titolo: Suspiria

Regia: Luca Guadagnino

Anno: 2018

Prima di vedere questa pellicola bisogna assolutamente mettersi in tale ottica: NON è un remake, MA un vero e proprio film a sé stante da Suspiria di Dario Argento del 1977.

Le uniche cose realmente in comune sono il titolo e i nomi di alcuni personaggi.

Il film riprende come ovvio parte della trama di Suspiria ‘77 (a sua volta ispirata dallo scritto di Thomas De Quincey, Suspiria de Profundis) e infatti nei titoli di testa compaiono i nomi degli sceneggiatori originali (Dario Argento e Daria Nicolodi, anche se in questo caso la sceneggiatura è stata affidata a David Kajganich), ma a parte ciò la storia si muove su altri binari e ha un finale a sorpresa oltre che una lettura a molti più livelli.

Dario Argento diplomaticamente ha più volte ribadito il suo distacco da questa nuova versione, definendola meno feroce del suo film, ma ammettendo che Guadagnino lavora con una certa grazia e aveva tutto il diritto di provarci. Da parte sua, il film di Luca Guadagnino è di certo un omaggio al lavoro di Dario Argento, nato nella mente del regista siciliano sin da quando vide Suspiria da piccolo e ne rimase terrorizzato. Tutto nasce infatti dal suo forte desiderio di fare un film che ricreasse la stessa tensione. E la tensione è costante in questa pellicola, tensione nervosa ma anche sensuale, quasi animale.

Anche se il film cerca di tenere un tempo razionale e calmo che si dipana languidamente come un’opera algida di musica classica, coi suoi 6 atti e un prologo finale (compaiono proprio le scritte sullo schermo e ogni atto ha il suo bel titolo, un effetto un po’ fumettoso che forse non si intona alla perfezione con il clima freddo di tutta la vicenda).  

Memorabile la coreografia finale in cui vivi e morti ballano a sincrono in vestiti di corda rosso sangue. Intense sedute di allenamento e danza tra giovani allieve e anziane insegnanti che vivono tutte insieme nello stesso palazzo per giorni e giorni facilmente suggerisce relazioni saffiche di dominio e gerarchia che sono qua e là accennate, ma trovano il loro culmine nell’ambiguo rapporto tra Susie Bannion (la Dakota Johnson di 50 sfumature di, già attrice di Guadagnino in A bigger splash) e madame Blanc, un’androgina Tilda Swinton ancora una volta impeccabile (e ancora una volta attrice per Guadagnino dopo Io sono l'amore e sempre A bigger splash).

Piccola parentesi: forse è stato un caso, ma dato il ruolo che ricopre Susie Bannion nell’economia del film vorrei notare che to ban in inglese significa “bandire”. Chi vedrà il film capirà. Ad avvalorare la tesi ci si mette anche il fatto che nella pellicola del 1977 lo stesso personaggio si chiama Susy Benner (tra l’altro la stessa attrice compare in un cameo, lascio a voi trovarla). A svalutare la tesi ci si mette il fatto che nel film di Dario Argento che chiude la sua trilogia sulle Tre Madri - La Terza Madre (2007) - in un dialogo viene citata proprio Susie, ma inspiegabilmente il suo cognome diventa Bannion e non Benner (diverse però sono le incoerenze coi precedenti due film quindi ci si fa poco caso alla fine). Siccome quel capitolo della trilogia appunto non è il migliore, preferisco la mia prima ipotesi. 

Tolta la parentesi, Guadagnino realizza quindi un godibilissimo horror dalle tinte soprannaturali ambientato in una Berlino di fine anni Settanta divisa dal muro, grigia, spesso piovosa. I più esperti avranno già notato la prima differenza: Argento aveva scelto un’altra città tedesca, Friburgo. Berlino è venuta in quanto luogo dove sentire meglio la Storia mondiale. 

L’anno invece è sempre il 1977. E qui sta la seconda differenza: Suspiria di Argento svolgeva la sua vicenda in un’atmosfera onirica, dai colori forti (come non ricordare i rossi, i gialli oro e i blu?) e dai contorni sfumati, mentre il film di Guadagnino è calato fortemente nel suo contesto storico. Una Germania Ovest sconquassata dagli attentati terroristici della banda anarco-sinistroide detta dai media Baader-Meinhof (dai nomi dei componenti principali) ma che in realtà nacque nel 1968 col nome R.A.F.: Rote Armee Fraktion ovvero Frangia dell’Armata Rossa.

I notiziari sulle imprese di questa associazione sono il leitmotiv che scandisce il tempo del film.

Bombe esplodono nel cuore della notte, la pioggia è costante, il freddo trasuda dai muri, i passanti sono silenziosi e non si scambiano saluti nel corridoio che li porterà al di là del muro, tra ufficiali e timbri. Non si vedono colori se non il grigio del cielo nuvoloso, il verde scuro delle divise, il beige degli impermeabili e il bianco della neve. Oltre ovviamente al rosso del sangue.

La violenza c’è ma ben dosata. Molte scene sono lente, volte a creare il colpo finale passando attraverso gli allenamenti delle ragazze della scuola di danza e la scoperta di passaggi segreti conditi dalle chiacchiere delle allieve nelle loro camerette. Insomma Guadagnino riesce a far respirare l’aria opprimente della Germania in Guerra Fredda ma sempre ricordando che queste sono ragazze con voglia di divertirsi. Le stesse insegnanti, pur sapendo leggere il pensiero e trasformarsi, vanno spesso a mangiare in un ristorantino francese.

Le streghe agiscono in un mondo in cui alla fine sono solo un male tra tanti. O forse un bene: infatti una delle chiavi nelle quali si può guardare il film è la rappresentazione della contrapposizione del Femminile al Maschile: si nota soprattutto nella scena in cui le insegnanti/streghe dileggiano i poliziotti venuti a indagare, ridendo sguaiatamente del loro piccolo pene.

La Madre è per natura creatrice e nelle intenzioni di Dario Argento in effetti le Tre Madri sono rappresentazioni della Madonna, ma in tutto il suo lato negativo, negatole dalla santità.

Qui le accolite di Mater Suspiriorum realizzano comunque uno spettacolo di danza (intitolato nazionalsocialisticamente Volk=Popolo) con tutti i crismi: aggraziato, leggiadro, musicale. Il tutto opposto alla vita di fuori in cui invece i passanti sono anonime macchine che camminano e non parlano mai, vessati da pioggia e neve, dispersi nei lunghi viali tra alti caseggiati squadrati, tra le scritte inneggianti al rilascio dei terroristi.

La donna libera il corpo, l’uomo lo imbriglia. La stessa banda della RAF una volta catturata mostra che i componenti erano in prevalenza uomini. E ancora è interessante notare - anche se dettaglio quasi nascosto nel film - come la ballerina protagonista Susie Bannion venga da una famiglia dell’Ohio di fede mennonita, ovvero una comunità cristiana tra le più radicali che ritiene si debba tornare alle origini della fede creando una pacifica società di poveri e santi rifiutando il papato e i testi sacri, il tutto simboleggiato dalla madre morente attorniata da tante figlie femmine. Come a dire che la bontà risieda non tanto nella madre o le istituzioni, ma nella donna. Alla fine il paragone tra le streghe medievali e gli inquisitori papali diviene il più scontato tra le interpretazioni possibili.

E si noterà che la presenza maschile in questo caso è irrisoria: 3 uomini in totale, di cui due sono i poliziotti che quasi non si vedono. Poi c’è il dottore che ha in cura Patricia: Jozef Klemperer, interpretato sul set dal famoso cabarettista tedesco Lutz Ebersdorf.

“Così famoso che non ne avete mai sentito parlare”, avete detto?

Esatto, perché altri non è che Tilda Swinton con protesi maschili a interpretare la parte di questo ottantenne malfermo che cammina per tutta Berlino in cerca di Patricia così come anni prima aveva fatto per sua moglie che crede scomparsa in un campo di concentramento. La notizia di Tilda Swinton in questo doppio ruolo era sempre stata smentita dall’attrice come dal regista, anche quando vennero fuori foto dal set che la mostravano negli abiti del personaggio del dottore. La filosofica spiegazione di questa scelta ci è data dalla stessa Swinton che dice “di averlo fatto per puro divertimento”! La versatile Tilda compare anche - sotto kili e kili di trucco - nel ruolo di Helena Markos.

Esiste comunque un vero e proprio ulteriore uomo protagonista del film, ma questo lascio a voi trovarlo!

Andando alla trama vera e propria, Susie arriva alla scuola di danza dove subito sostiene un provino e viene accettata. Da qui in breve entra nella scuola di danza in pianta stabile soprattutto grazie alla scomparsa improvvisa di un’altra allieva - Patricia, interpretata da una spiritata Chloë Moretz - di cui prende la stanza e dall’abbandono altrettanto improvviso della russa Olga che la porta così alla parte di prima balleria. La violenza è presente ma appare a tratti. Quando lo fa però si vede pienamente. Senza svelare troppo dico solo che gli effetti speciali sono curati ma hanno una patina di artificiosità che richiama alla consistenza di quelli dei film degli anni 80 che rendono tutto più pacchiano ma anche più realistico e nostalgico rispetto alla computer grafica di oggi. Chi ama in particolare pellicole come Hellraiser e Society non rimarrà deluso.

La preparazione dello spettacolo Volk fa scorrere i giorni, inframezzati da scene di vita e lavoro di un dottore tedesco che aveva in cura Patricia e che indaga sulla sua sparizione così come anni prima aveva cercato sua moglie, scomparsa durante la guerra. Avverte la polizia e parla con una delle amiche di Patricia, ma senza risultati iniziali. Si attirerà però così le attenzioni delle streghe che.......

Insomma andatelo a vedere!

Un’altra differenza non da poco è la scelta delle musiche: se per Dario Argento i Goblin fecero numerosi pezzi rimasti caratteristici quanto i film stessi, Guadagnino ha deciso di avvalersi di un altro grande nome ovvero Thom Yorke dei Radiohead perché definito dal regista un musicista che ha segnato la musica della sua generazione. Le partiture musicali si attagliano bene al film ma non enfatizzano le scene in maniera particolare, limitandosi a brani leggeri dal cantato evanescente e giri di pianoforte a volte ripetuti stancamente.  

A proposito del sonoro, ritengo che il vero cinema sia sempre in versione non doppiata, ma soprattutto in questo caso in cui si parlano due lingue (inglese e tedesco) la durezza della lingua teutonica va mantenuta durante la visione quindi consigliato SOLO in lingua originale (ma vi concedo i sottotitoli in italiano).

Di nuovo a voi la scelta!

Voto: 9/10

 

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