Lo scioccante cambiamento della ragazza fa sì che il piccolo santuario del paese si trasformi in una meta di pellegrinaggio, dove altri malati ricevono la grazia seguendo le tre regole imposte dalla Chiesa per riconoscere un miracolo: la malattia deve essere incurabile, la guarigione immediata, completa e permanente. Gerry decide di sfruttare la situazione per rilanciare la propria carriera, muovendosi tra opportunismo e sincera meraviglia. Intanto il confine tra fede e fanatismo si assottiglia, poiché il desiderio di credere impedisce alle persone di vedere l'orrore che si nasconde dietro ai prodigi. Visioni disturbanti e simboli nascosti nelle iconografie sono i primi segni di un’ombra oscura dietro la figura della Madonna.
L’atmosfera può valere la visione del film e funziona soprattutto quando l’occhio si posa sui campi nebbiosi, sul grande albero che diventa fulcro del culto e sulla cittadina anonima teatro di eventi soprannaturali. La fotografia utilizza toni caldi durante le apparizioni, creando un contrasto quasi violento con il resto della pellicola per simulare una falsa luce divina. Bagliori ambrati suggeriscono visivamente che dietro quel calore non c'è la salvezza, ma il fuoco di un male antico, mentre ombre fredde e bluastre dipingono le scene notturne di indagine. Grazie a queste scelte cromatiche il film trova un suo respiro, rendendo l’esperienza quantomeno gradevole.
L’unica pecca dal punto di vista dell'immagine è una CGI che rompe l’incantesimo: l’apparizione della creatura, invece di condurre verso il soprannaturale, sembra ridestare il pubblico dalla realtà del film, incrinando l’immersione. La regia è tecnicamente inattaccabile, inquadrature pulite e storia comprensibile. Manca però l’anima che rende le scene memorabili. Il regista adotta elementi già visti come ombre, rumori improvvisi o inseguimenti nei boschi. Considerando che si tratta dell'esordio di Spiliotopoulos, l’uso dei cliché e l’assenza di un tocco personale sono comprensibili, anche se per uno spettatore esperto del genere risultano poco digeribili. La sceneggiatura stupisce in negativo proprio perché firmata da un autore esperto: la decisione di svelare anticipatamente la natura demoniaca degli eventi contribuisce a smussare la tensione. L’ambiguità iniziale viene sacrificata troppo presto per imboccare la strada battuta dell'horror religioso incentrato unicamente sulle apparizioni maligne.
L’orrore nel film non è solo ciò che appare con sembianze demoniache, ma il sistema che orbita intorno all'ingenuità di Alice. Il meccanismo si muove in fretta non appena fiuta l’interesse sul caso: responsabili del santuario, media e pellegrini si avventano su Banfield per trarre il massimo dalla vicenda. Il film suggerisce che il male si estende a coloro che sono intenzionati a piegare il sacro ai propri scopi. Vediamo il riflesso di una società pronta ad abbracciare qualsiasi “segno” con una rapidità spaventosa, passando dall’adorazione all’isteria. Il bisogno di credere e quello di sfruttare ciò in cui si crede convivono in un intreccio disturbante: l’ambiguità di fondo è che, in cambio di un miracolo, si debba essere disposti a pagare un prezzo che nessuno vuole davvero calcolare.
Il Sacro Male gode di un concept interessante, di un’ambientazione azzeccata e di immagini a tratti suggestive. La regia, d’altro canto, non osa mai, affidandosi a una CGI discutibile e a una suspense fondata sulla sicurezza delle cose già viste. A chi cerca un’esplorazione profonda della fede, il film sembrerà un'opportunità sprecata, in parte perché svela le proprie carte troppo in fretta. Per chi invece ama l’horror religioso a prescindere da tutto, la pellicola può offrire una serata piacevole grazie a una serie di "miracoli corrotti" che aprono le porte a timidi spunti di riflessione. In definitiva, è un film che funziona finché gioca con l’ambiguità, ma che non riesce a trasmettere la vera inquietudine del romanzo originale.
- Voto: 6

