Il tentativo di nascondere questo orrore galpoppante e di mantenere una parvenza di normalità amplifica il senso di claustrofobia, con quanto ineluttabile prossimo a rappresentare quella minaccia che pesa come una spada di Damocle sulle teste dei malcapitati fidanzati. La presenza di un collega di lei e il mistero dietro l'inspiegabile scomparsa di una coppia qualche tempo prima non fanno che aumentare la suspense a tema, sottolineando ancor di più il tutto con la location dove si sono trasferiti, che funge da una sorta di isolamento più o meno contestualizzato da quel mondo esterno pronto a giudicare le crepe della loro relazione.
Uno degli aspetti più interessanti dell'esordio del regista australiano Michael Shanks risiede nella sua capacità di utilizzare il genere non soltanto per mero intrattenimento, ma come strumento di riflessione, elevando l'estetica del terrore a critica sociale su un'epoca contemporanea dove i rapporti umani sono sempre più a rischio, soggiogati dallo stress e dall'iperconnettività. Shanks sfrutta la degenerazione fisica per rendere viscerale ciò che è puramente interiore, trovando il difficile equilibrio tra dolcezza e tensione, e assicurandosi che i momenti più brutali non cedano mai al gratuito esibizionismo. In questo è aiutato dalla palpabile alchimia tra Dave Franco e Alison Brie, "giustificata" dal fatto che i due nella vita reale sono marito e moglie.
Il concetto di mediocrità condivisa è il fulcro della critica morale che la sceneggiatura cerca di far sua. I protagonisti si ritrovano, parimente colpevoli, intrappolati in un abisso senza apparente via di risalita , dove la scelta di negare la propria individualità per fuggire la solitudine non è una dinamica relazionale, ma una vera e propria patologia daa dalla società e da ciò che li circonda. Si attacca così l'ipocrisia degli obblighi di coppia, auto impostasi sulla necessità di auto-realizzazione personale. L'intimità si trasforma in una prigione, che impedisce ogni crescita o evoluzione e lascia fissi in un magma annichilente. L’orrore corporeo che ne deriva non è altro che la materializzazione di questa punizione, una vendetta intrinseca per aver scelto la fuga dalla realtà attraverso l'altro, negando così se stessi.
L'emersione della minaccia è spesso suggerita o implicita, e l'utilizzo sapiente del fuori campo costringe lo spettatore a confrontarsi con la materializzazione dell'incognita, non come forza soprannaturale, ma come conseguenza logica e fisica di menzogne e segreti destinati a emergere, con la metafora sul riavvicinamento fisico che si apre a ulteriori, affascinanti, ambiguità. E i trucchi prostetici o digitali che siano risultano efficaci quanto basta, facendo addirittura "male" in un paio di passaggi, non tanto per quello che viene effettivamente mostrato ma per quello che lo spettatore può immaginare, immedesimandosi - uomo o donna che sia - nel rispettivo personaggio / sesso d'appartenenza, con tutte le logiche conseguenze del caso. D'altronde la storia chiama proprio il pubblico a identificarsi con le figure di Millie e Tim, che diventano simulacri su cui chi guarda può riversare le proprie aspettative e ritrovarsi nella gestione non sempre semplice delle faccende sentimentali.
Nell'ora e mezza - e rotti - di visione Together si prende i suoi tempi, costruendo l'emotività senza urla o soluzioni emotive di facile effetto ma con un buono scavo psicologico, che riesce così a trovare una giusta quadra tra l'anima orrorifica e quella più esistenziale. E si rivela un film che fa centro, consapevole di cosa vuole dire e in grado poi di dirlo effettivamente, sfruttando le dinamiche del filone con sagace intelligenza.
Quanto la dipendenza da un'altra persona può risultare pericolosa? Together porta la tesi all'eccesso, adottando e adattando le regole del body-horror a una crisi di coppia dalle conseguenze potenzialmente irreparabili. Un amore alle strette che si ritrova schiavo di una maledizione sovrannaturale, le cui origini più o meno razionali verranno poi esplorate in una narrazione che svela progressivamente le proprie carte, preferendo far evolvere un senso di inquietante disagio nel riavvicinamento, letterale oltre misura, dei due protagonisti. Protagonisti interpretati da Dave Franco e Alison Brie che, essendo sposati anche nella vita reale, si sono messi in gioco con un approccio sentito e una chimica evidente, corpi muta(n)ti di quella deriva di genere che ha il merito di non lasciarsi andare allo splatter ma di ragionare sulla violenza, trovando un giusto mix tra le trasformazioni corporee e l'ansia interiore, con i novanta minuti di visione che regalano angoscia e momenti di sana brutalità con un inaspettato, avvolgente, velo di verosimile dolcezza.
- VOTO: 7

