Le Secret De La Chambre Noire - Daguerrotype

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  • Titolo originale: Le Secret De La Chambre Noire
  • Titolo internazionale: Daguerrotype
  • Regia: Kyioshi Kurosawa
  • Paesi e anno di produzione: Belgio, Francia e Giappone, 2016
  • Durata: 131 minuti

Kiyoshi Kurosawa è uno dei registi protagonisti e tra i massimi esponente del filone J-Horror degli anni 2000.
I suoi fantasmi erano pregni di inquietudine e ricchi di risvolti sociali, simboleggiando la crisi della società stessa, i dubbi morali e traumi dei personaggi.
Nel corso della carriera il regista ha dimostrato di saper dirigere di tutto, spaziando tra i vari generi, inserendoli all'interno dei suoi film sempre intrisi della sua poetica.
Nel 2016 Kurosawa sceglie di dirigere questa ghost story a tinte gotiche particolare, lontano dal Giappone, ambientato nei sobborghi di Parigi dove i fantasmi invadono l'ospitata europea del regista.

In Le Secret de la chambre noire i fantasmi tornano a inquietare e allo stesso tempo a illudere.
Ancora una volta nel cinema di Kurosawa sono i traumi dei personaggi a scatenare le atmosfere spettrali dove l'individualismo, l'egoismo a generare i fantasmi che dunque alterano la realtà, finzione e non si uniscono, la morte diventa illusione come le ambizioni e piani dei protagonisti.

Jean si appresta a diventare il nuovo assiste di Stephane, artista e fotografo dal carattere burbero e restio da utilizzare il digitale tant'è che , come da titolo del film, utilizza la macchina fotografia a camera scura e non vuole passare al digitale.
Stephane ha una figlia, Marie che utilizza come modella, sempre tramite le antiche tecnologie che la immobilizzano, quasi come si fosse all'interno di Saw con quei macchinari che rimandano alla mente i film di tortura, questo perché le sue, di Stephane, foto hanno bisogno della messa in posa quindi dei tempi di attesa molto lunghi dove la modella deve rimanere immobile.
Il fotografo ha perso la moglie che lo perseguita come fantasma mentre Marie vorrebbe andarsene per vivere la propria vita.
In questa situazione Jean vorrà convincere Stephane a vendere la tenuta, in modo da ottenere una commissione, cercando di persuaderlo in diversi modi.

E' in questo scenario che Kurosawa abbandona la sua Tokyo che rendeva molto spesso desolata e spettrale per abbracciare il sobborgo parigino e la villa di Stephane che emana atmosfere gotiche e decadenti, terreno dunque fertile per l'apparizione dei fantasmi.

Il dualismo tra urbanizzazione e natura, l'uomo che tenta di controllare quest'ultima è una tematica ricorrente del regista anche per come gestisce l'ambientazione.
Se infatti in Loft la casa abbandonata era quasi invasa dalla vegetazione a simboleggiare la rivincita della natura sull'urbanizzazione in decadimento, in Creepy le casi borghesi con quel verde, piante curate e continuamente ritoccate mostravano la voglia del controllo dell'uomo sulla natura.
La villa di Stephane presenta una serra, curata da Marie, è infatti il personaggio della giovane ragazze quello più affine alla natura e al verde, colore molto importante e ricorrente per Kurosawa.
Il regista mostra cantieri, costruzioni in essere dunque un'urbanizzazione che procede spedita nel sobborgo anche a discapito della natura stessa, come lo era anche in Retribution.
L'attaccamento di Marie per la serra ha un duplice significato simbolico, quindi sia l'attaccamento della ragazza verso la natura, la voglia di evadere da una vita sotto controllo da parte del padre e anche il fatto che la madre della ragazza si è suicidata proprio all'interno della serra dunque, le attenzioni di Marie per la serra rappresentano anche la vicinanza nei confronti della madre.
Sono significativi i pannelli verdi che Kurosawa inserisce per le strade e tra i cantieri a significare una natura assente.
Un verde più naturale si manifesta invece durante gli scatti di Stephane tra la foresta o nel colloquio di Marie nel centro naturalistico.

Come Takakura nel film Creepy, anche Stephane è un pianificatore, vorrebbe che la figlia posasse sempre per lui e che quella fosse la sua vita, sempre sulla tenuta di famiglia.
Restio ad abbracciare il futuro, il fotografo vive nel passato, non vuole passare al digitale, le sue fotografie hanno lo scopo di rendere immortali i propri clienti, creare immagini evocative che rimangono e perdurano nel tempo al contrario dunque delle foto in serie e a raffica del digitale.
In un mondo sempre più smart e veloce, Stephane fa posare le sue clienti per tempi lunghi, ricerca la messa in posa dove è il soggetto a doversi mostrare, appunto posare, per l'obiettivo.
Denise, moglie di Stephane e dunque madre di Marie, posava per il fotografo e il suicidio lascia intendere che non fosse soddisfatta di tale vita e nel tipico pessimismo del regista la morte spesso è l'unica “opportunità” per cercare una libertà che in realtà non esiste mai.
La fotografia della moglie è il suo capolavoro, dice di averla resa immortale ma il trauma, l'essere stato protagonista della morte della moglie dato che le somministrava una sostanza tossica per renderla immobile, così come a Marie, fa sì che il fantasma di Denise si manifesta e inquieta Stephane.
Il suo atto di egoismo, la ricerca ossessiva della fotografia perfetta, il controllare la vita della sua famiglia tanto da immobilizzare moglie e figlia con dei macchinari che quasi sembrano di tortura e in più tramite la sostanza nociva crea e scatena il fantasma.

Di fatto come se si fosse dentro un horror classico, Stephane agisce come uno dottore, scienziato pazzo che immobilizza le ragazze con i suoi strumenti di tortura.

Anche Jean ha i suoi fantasmi.
Il suo individualismo, posto anche come critica a un capitalismo sfrenato senza remore ne morale, questo perché Jean persuade, cerca di prendere Stephane allo sfinimento sfruttando anche le sue alterazioni mentali, la stessa Marie per far firmare il contratto di vendita.
In tutto questo però, anche Marie, come Denise, muore, non riuscendo a fuggire dall'opprimente vita e condizione familiare.
L'accaduto scatena in Jean un forte trauma dato che vedrà Marie come fosse viva, questa volta il fantasma non è volto ad inquietare ma a distorcere o forse meglio, unire la realtà con la finzione come se tutto fosse un'illusione.
Dunque il piano di fuggire, di rifarsi una vita con i soldi della commissione della cessione della villa, diventa un'alterazione della realtà dove Jean e Marie sono fidanzati e insieme debbono far firmare il contratto a Stephane per poter fuggire e vivere insieme.
Fantasmi, illusioni, immortalità sono concetti espressi nel film e Kurosawa mostra a suo solito una solitudine perenne dei personaggi, ingabbiati dalle proprie ambizioni, della smanie di controllo, di schemi che collassano su se stessi dove quindi regnano in realtà la desolazione e l'inquietudine.

L'ambientazione della villa gotica, unita a una fotografia che sa risultare davvero cupa dona al film momenti oscuri e ricco di inquietudine come del resto Kurosawa ha abituato lo spettatore.
La messa in scena risulta ottima, curatissima, cantieri e strade in costruzioni mostrano un decadentismo del sobborgo in lotta per un'urbanizzazione continua con invece una natura spesso assente che è, a sua volta, in lotta per trovare un posizione.
Non a caso anche la serra della villa è minata, il mercurio di cui ha bisogno Stephane per le sue fotografia inquina, mette a repentaglio la vita delle piante, quindi ci sono spazi corrosi come l'oppressione che porta il fotografo e l'ambizione sfrenata di Jean.
Gli interni della villa sono gestiti benissimo, il dark, gli angoli buoi, l'ambientazione oscura sa creare atmosfera e momenti suggestivi.

In film come Pulse, l'apice del regista a livello di inquietudine, Kurosawa inseriva scene da far raggelare il sangue, dotate di un'intensità fuori dal normale, di tensione e terrore puro.
Tensione e ansia sono presenti anche in Le Secret de la chambre noire tramite specialmente il fantasma di Denise e la stessa atmosfera, gli scenari buoi della villa.
C'è dunque intensità nella prima apparizione di Denise fuori dalla finestra con una notevole profondità di campo che alimenta l'atmosfera surreale.
Tutte le apparizioni del fantasma della moglie di Stephane funzionano benissimo, Denise appare tra angoli, spazi bui, inquadrata spesso da lontano, a distanza, con addosso un antico abito azzurro che riesce ad esaltarsi all'interno dell'inquadratura evidenziando la sagoma spettrale.
Le lunghe e prolungate scene che gira Kurosawa dove Stephane si aggira nell'oscurità tra le stanze della villa sanno risultare ansiogene, si raggiunge il culmine quando il regista, citando il suo capolavoro Pulse fa muovere Denise a rallenty per una scena che risulta davvero terrificante.
Quindi le porte che si aprono, la lanterne che si muovono, la regia di Kurosawa sa alimentare giostrare la tensione.
Meravigliosa e altamente inquietante è tutta la sequenza che porta alla caduta mortale di Marie, tramite piano-sequenza nello scuro e buio scantinato la ragazza si appresta a salire lentamente le scale fino a quando non scompare dall'inquadratura quindi tramite un lento movimenti di macchina in avanti a simboleggiare un'oscura presenza, la ragazza riappare nel quadre cadendo dalle scale.
In generale tramite la fotografia, il piazzamento dei soggetti in scena e l'uso sapiente della regia Kurosawa inserisce scene inquietanti e di tensione anche mostrando i personaggi dominati dall'ambiente circostante, dunque “piccoli” rispetto all'inquadratura, cioè deboli; il tutto sempre tra spazi bui e ricchi di ombre.
Del resto è proprio dalle ombre che appaiono i fantasmi.
Un'altra, delle tante, scene degne di nota è la corsa in macchina in notturna di Jean che carica in macchina Marie, ormai morente, in una fuga che sembra uscita fuori da un film di Hitchcock per l'intensità che emana e per quei primi piani. Così come poi è significativa l'apparizione del fantasma di Marie che mostra il crearsi una propria realtà da parte di Jean.

Il regista in questione è noto per il suo stile asciutto, secco, per lavorare per sottrazione e nel ricreare inquadrature, spazi geometrici.
Non c'è mai pomposità, enfasi gratuita o spiegazioni di troppo, Kurosawa sa far parlare le immagini, anche i suoi piano-sequenza e i movimenti di macchina non risultano fine a se stessi ma sono inseriti sempre al servizio del film, dell'intensità e della tensione che emana.
Sono da evidenziare anche lo stile delle inquadrature che infondono la sensazione di come sia Jean che Stephane siano osservati, la presenza dei fantasmi sembra essere ovunque e in un certo senso loro stessi dei fantasmi, bellissima la scena con Jean e Marie al bare dove Kurosawa li inquadra dalla vetrina come fossero dei riflessi, cioè dei fantasmi.

Dunque si arriva al culmine, all'isteria di Jean, ai momenti di sangue e ancora alla sua fuga impossibile verso una realtà che si è creato, la sua illusione con quella scena finale tanto bella significativa, quanto delirante dove Jean parla in macchina stavolta solo perché no Marie non c'è, non è viva ma è morta e per Jean è un fantasma che lo segnerà a vita.

E' anche interessante abbinare Le Secret de la chambre noire con il suo ultimo e meraviglioso film Cloud.
Se infatti nel film in questione il tema dell'immortalità dell'immagine tramite la camera oscura e i dagherrotipi sono centrali, in Cloud è la riproduzione in serie del digitale, la standardizzazione del prodotto, la riproduzione in serie a provare il consumismo senza freni che porta alla macelleria sociale.

In conclusione si è dinanzi a una storia di fantasmi che presenta tutti gli elementi classici del genere, la villa dalle atmosfere gotiche, la presenza sovrannaturale degli spettri, il romance, la love story, picchi di grande di tensione e anche un'aura decadente che pervade il film, perché per Kuroswa non c'è differenza tra noi, tra l'umanità e i fantasmi, è la società, il sistema sociale i nostri traumi a scatenare e farci diventare dei fantasmi.

Bellissimo.

  • VOTO: 8
REVIEWER